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 Ecce Clandestinus

Non è il nostro compito quello di avvicinarci,
cosi come s’avvicinano il sole e la luna, o il mare e la terra.
Noi due, caro amico, siamo il sole e la luna, siamo il mare e la terra.
La nostra meta non è di trasformarci l’uno nell’altro,
è ma di conoscerci l’un l’altro,
è d’imparar a vedere ed a rispettare nell’altro ciò ch’egli è:
il nostro opposto è il nostro complemento.
(Herman Hesse, Narciso 6 Boccadoro, 1930)

 

Il sole e la luna, il mare e la terra, è una piccola barca affusolata, che cavalca le onde in cerca di un approdo, un approdo sicuro in un mare che divide e verso una terra che non ha grembo.

Ma dalla ciminiera protesa verso il cielo, il fumo della barca prende forma di ali, le ali della libertà e della cultura, del pensiero e dell’arte, unica salvezza per l’uomo, clandestino di questo mondo, in cerca di un’isola di pace 6 redenzione, l’isola che non c’e: Ferdinandea.
È questo il viaggio poetico e impegnato dell’artista saccense Franco Accursio Gulino (classe 1949), un clandestino della pittura, un eremita solitario sulle cime del pensiero, che guarda il mondo dall’alto, da una condizione privilegiata di responsabilità ed estetica, quella dell’artista. Da anni Gulino alterna, infatti, il momento creativo della pittura a quello altrettanto creativo del pensiero, ritirandosi in veri e propri eremi, gli ‘studi del pensiero’ li chiama, piccole casupole diroccate o vere e proprie grotte sulle cime dei monti siciliani, nei dintorni di Sciacca. "Bisogna essere molto forti per amare la solitudine", scriveva Pier Paolo Pasolini.
Dalla sua piccola finestra su un mondo troppo grande, Gulino osserva il mare lambire la terra, le isole inabissarsi insieme agli uomini, vivendo sulla sua pelle la sofferenza di chi attraversa i nostri mari in cerca di una vita possibile, di quanti sono chiamati clandestini come ladri del giorno, sans papiers e quindi per questo senza licenza di esseri umani. Ecco che allora deve intervenire l’arte, a trasformare il fumo in ali, i contorti cimiteri di barche nei solchi piani della memoria, eternizzata.

Non è un caso che oggi le sale dello storico Palazzo della Signoria sulle pietre dell’araba fortezza di Qal’at al ballut, (Caltabellotta), ospitino le opere recenti e non dell’artista saccense che sulla memoria e sulla fortezza, sulla clandestinità della diversità ha fondato tutto il suo percorso creativo. Le opere selezionate per questa mostra ci conducono come zattere sui mari solcati dal pensiero e dalla pittura di Gulino, attraverso la sua inesausta vena creativa assolutamente eclettica e poliedrica, lungo la scia bianca di una storia, che e storia sociale e individuale, alla scoperta di una diversità che ci appartiene, perché in fondo gli "altri" siamo noi.
L’apertura alla diversità, intesa come altro da sé e al contempo completamento di se, avviene per l’artista anche tramite la scrittura. Se il pensiero si alterna alla pittura per poi fondersi in essa, lo stesso dicasi per la scrittura. Gulino scrive, pagine e pagine di infiniti quaderni del pensiero, su cui scorrono barche come parole, ali come simboli arcaici, poesie reali e immaginarie, tra lirismo e astrazione, in cui a volte abbandona il significato in favore della pura bellezza di una grafia non leggibile ma che racchiude in sé infinite possibilità di interpretazione, proprio come la pittura. Il linguaggio, soprattutto scritto, è una delle cause maggiori di discriminazione. Un linguaggio astratto incomprensibile a tutti rende tutti liberi di leggerlo, sul farlo di una grafia che diviene misura dei movimenti interiori. La scrittura entra dunque nella pittura, ed entra attraverso una porta. Da questo passaggio nasce la serie di opere più recenti dell’artista: i leggii. Supporti di legno recuperati dalla strada o realizzati appositamente per ospitare la pittura, stesa come un libro aperto su bianchissime superfici materiche solcate da linee grafiche appena accennate ad aprire porte solcate da scritte, a contenere libri da leggere come possibili e ulteriori transiti verso una realtà diversa che solo l’arte può dischiudere. Su uno di questi leggii una serratura a chiavistello rimane ben ancorata su un antico residuo di porta che diviene a sua volta supporto su cui si apre un’altra porta, dipinta.

L’attraversamento è concesso soltanto a chi riesce a liberarsi della fisicità ingombrante del corpo e seguire il farlo delle parole, verso l’immaginazione, la sola chiave per far scattare il chiavistello e accedere a quella realtà negata che sta proprio ad un passo da noi, al di la della soglia. ll concetto di passaggio tesse un filo continuo tra le diverse opere dell’artista. La parola scritta apre di fatto le porte di nuovi mondi dell’immaginazione. La pittura fa lo stesso, specialmente quando viene ospitata dalle porte lignee che Gulino raccoglie, insieme ai reperti di vecchie imbarcazioni diroccate. Perché e la porta con la sua storia, i suoi nodi, le sue serrature, ad accogliere la pittura e non viceversa, a trovare l’artista che diviene ospite di un varco da attraversare con il potere evocativo della pittura. Clandestinus ed Ecce Homo, dalle grandi porte alle grandi tele, questi soggetti ricorrono alternandosi e contaminandosi nelle forme più bizzarre. Ecco l’uomo flagellato, ecco il clandestino ripudiato, ecco la cecità di un sistema che punisce e giudica, mortificando il diritto di esistenza di altri esseri umani.

I clandestini di Gulino sono grandi sagome della Sicilia a strisce bianche e rosse come i collant delle due gambe di donna su tacchi rossi che da essa fuoriescono. Una citazione dell’antico simbolo della trinacria, dai tre angoli e dalle tre gambe, quelle gambe su cui dovrebbe reggersi e con cui dovrebbe valicare i confini incerti dell’odierna condizione di deriva. Sono sagome di donne nere dalle cui labbra rosse esce, come una sigaretta, la chiave della porta che racchiude un segreto. Sono corpi di donna a due teste, denudati e legati, marchiati con un cartello "Clandestinus nudo”, ma sulle cui teste campeggia la speranza, la barca alata come un cappello magico, scioglierà i nodi della clandestinità per liberare il corpo verso la vita. Le donne rappresentano i cardini su cui ruotano le porte di Gulino aperte sul mondo, un mondo possibile, a cominciare proprio dalla sfera privata delle quattro amate muse ispiratrici, la moglie e le tre figlie. Gambe per varcare le porte e gambe che si aprono a formare un passaggio: Ecce Homo, Ecce Clandestinus ci ricorda Gulino, mentre lo sguardo profondo e pensieroso di Pier Paolo Pasolini, impresso nelle due grandi tele che lo ritraggono con il volto azzurro o i capelli di foresta, ci ammonisce: "Siamo tutti in pericolo”! Ci resta ancora però una salvezza, e Ferdinandea, l’isola vulcanica che emerse nel 1831 dopo un”eruzione (come un parto acquatico] nel mare compreso tra Sciacca e Pantelleria. Contesa da Francia, Inghilterra e il legittimo proprietario Ferdinando II di Borbone [da cui prese il nome], che la trafissero con le proprie bandiere di appartenenza, Ferdinandea si inabissa l’anno seguente, non essendo disposta a sopportare le catene del possesso, e preferendo la libertà degli abissi. In fondo e la stessa scelta di quanti abbandonano il proprio paese che trafigge i propri figli, correndo il rischio di inabissarsi pur di raggiungere la libertà.

Gulino la vede ancora oggi dalla sua finestra nello studio del pensiero, Ferdinandea è li, esempio di estrema coerenza e amore per la libertà, e l’isola che non c’e ma che dovrebbe essere presente alla coscienza di ciascuno di noi. Su Ferdinandea approdano le sue barche alate, alla fine di un viaggio sofferto ma pieno di speranza. Speranza nell’uomo e nella sua bontà, speranza nell`arte come unico mezzo per varcare le soglie anguste di una società decadente e approdare su quella "insulare Tahiti dell’anima" di cui scriveva Melville in Mobydick, che, come Ferdinandea, custodisce la diversità e l’unicità interiore di ogni essere umano, unica vera ricchezza di questo nostro povero mondo.

Valentina Di Miceli