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Ecce Clandestinus
Non è il nostro compito quello di avvicinarci,
Il sole e la luna, il mare e la terra, è una piccola barca affusolata, che cavalca le onde in cerca di un approdo, un approdo sicuro in un mare che divide e verso una terra che non ha grembo.
Ma dalla ciminiera protesa verso il cielo, il fumo della barca
prende forma di ali, le ali della libertà e della cultura, del
pensiero e dell’arte, unica salvezza per l’uomo, clandestino di
questo mondo, in cerca di un’isola di pace 6 redenzione, l’isola che
non c’e: Ferdinandea.
Non è un caso che oggi le sale dello storico Palazzo della Signoria
sulle pietre dell’araba fortezza di Qal’at al ballut, (Caltabellotta),
ospitino le opere recenti e non dell’artista saccense che sulla
memoria e sulla fortezza, sulla clandestinità della diversità ha
fondato tutto il suo percorso creativo. Le opere selezionate per
questa mostra ci conducono come zattere sui mari solcati dal
pensiero e dalla pittura di Gulino, attraverso la sua inesausta vena
creativa assolutamente eclettica e poliedrica, lungo la scia bianca
di una storia, che e storia sociale e individuale, alla scoperta di
una diversità che ci appartiene, perché in fondo gli "altri" siamo
noi. L’attraversamento è concesso soltanto a chi riesce a liberarsi della fisicità ingombrante del corpo e seguire il farlo delle parole, verso l’immaginazione, la sola chiave per far scattare il chiavistello e accedere a quella realtà negata che sta proprio ad un passo da noi, al di la della soglia. ll concetto di passaggio tesse un filo continuo tra le diverse opere dell’artista. La parola scritta apre di fatto le porte di nuovi mondi dell’immaginazione. La pittura fa lo stesso, specialmente quando viene ospitata dalle porte lignee che Gulino raccoglie, insieme ai reperti di vecchie imbarcazioni diroccate. Perché e la porta con la sua storia, i suoi nodi, le sue serrature, ad accogliere la pittura e non viceversa, a trovare l’artista che diviene ospite di un varco da attraversare con il potere evocativo della pittura. Clandestinus ed Ecce Homo, dalle grandi porte alle grandi tele, questi soggetti ricorrono alternandosi e contaminandosi nelle forme più bizzarre. Ecco l’uomo flagellato, ecco il clandestino ripudiato, ecco la cecità di un sistema che punisce e giudica, mortificando il diritto di esistenza di altri esseri umani. I clandestini di Gulino sono grandi sagome della Sicilia a strisce bianche e rosse come i collant delle due gambe di donna su tacchi rossi che da essa fuoriescono. Una citazione dell’antico simbolo della trinacria, dai tre angoli e dalle tre gambe, quelle gambe su cui dovrebbe reggersi e con cui dovrebbe valicare i confini incerti dell’odierna condizione di deriva. Sono sagome di donne nere dalle cui labbra rosse esce, come una sigaretta, la chiave della porta che racchiude un segreto. Sono corpi di donna a due teste, denudati e legati, marchiati con un cartello "Clandestinus nudo”, ma sulle cui teste campeggia la speranza, la barca alata come un cappello magico, scioglierà i nodi della clandestinità per liberare il corpo verso la vita. Le donne rappresentano i cardini su cui ruotano le porte di Gulino aperte sul mondo, un mondo possibile, a cominciare proprio dalla sfera privata delle quattro amate muse ispiratrici, la moglie e le tre figlie. Gambe per varcare le porte e gambe che si aprono a formare un passaggio: Ecce Homo, Ecce Clandestinus ci ricorda Gulino, mentre lo sguardo profondo e pensieroso di Pier Paolo Pasolini, impresso nelle due grandi tele che lo ritraggono con il volto azzurro o i capelli di foresta, ci ammonisce: "Siamo tutti in pericolo”! Ci resta ancora però una salvezza, e Ferdinandea, l’isola vulcanica che emerse nel 1831 dopo un”eruzione (come un parto acquatico] nel mare compreso tra Sciacca e Pantelleria. Contesa da Francia, Inghilterra e il legittimo proprietario Ferdinando II di Borbone [da cui prese il nome], che la trafissero con le proprie bandiere di appartenenza, Ferdinandea si inabissa l’anno seguente, non essendo disposta a sopportare le catene del possesso, e preferendo la libertà degli abissi. In fondo e la stessa scelta di quanti abbandonano il proprio paese che trafigge i propri figli, correndo il rischio di inabissarsi pur di raggiungere la libertà. Gulino la vede ancora oggi dalla sua finestra nello studio del pensiero, Ferdinandea è li, esempio di estrema coerenza e amore per la libertà, e l’isola che non c’e ma che dovrebbe essere presente alla coscienza di ciascuno di noi. Su Ferdinandea approdano le sue barche alate, alla fine di un viaggio sofferto ma pieno di speranza. Speranza nell’uomo e nella sua bontà, speranza nell`arte come unico mezzo per varcare le soglie anguste di una società decadente e approdare su quella "insulare Tahiti dell’anima" di cui scriveva Melville in Mobydick, che, come Ferdinandea, custodisce la diversità e l’unicità interiore di ogni essere umano, unica vera ricchezza di questo nostro povero mondo. Valentina Di Miceli |